NARRATORE
Colin e suo nipote andavano ogni giorno a pescare nel fiume. In quel tempo il fiume era tutto per loro: sostentamento, divertimento , commercio. Colin in gioventù aveva vissuto grandi trasformazioni, terribili prove, forti esperienze. In quel giorno sulle rive del’Idex aspettando che qualche trota abboccasse, forse per l’aria particolarmente tiepida e per il profumo dei tigli e dei fiori attorno, si sentiva ispirato e raccontò al nipote la sua fiaba dove lui era il protagonista, una fiaba di fantasia e dura realtà.
COLIN
Nipote mio in un giorno come questo, colmi di felicità per i riti che avremmo vissuto nella notte e che il druido avrebbe celebrato come ringraziamento al Dio Lugh, avvenne un fatto che avrebbe segnato inevitabilmente la mia vita , lanciandola dritta contro un’ ostacolo imprevisto come la freccia che il mio arco scocca durante la caccia.
Mio fratello Bhalin stava per promettersi sposo a Lith la più bella ragazza del villaggio
Il pegno che suggellava il patto d’amore tra i due innamorati era un glicine che veniva conservato dal paggio dello sposo
Io, ero il paggio. Avevo avuto questo grande onore. Ero stato incaricato da mio fratello di conservare e preservare il fiore fino alla consegna. E io presi con molta responsabilità questo incarico. Avrei dato la vita pur di non deludere Bhalin
(colin si stacca dal nonno e va a giocare con gli altri bimbi)
Nel villaggio al limitare della radura folta ed intricata, i fuochi lentamente combattevano con il manto che la notte stava spargendo sugli accampamenti.
Mentre gli uomini tornavano dai campi ansanti e sudati per il duro lavoro, ma trepidanti per la prossima festa e le donne erano intente a preparare cibi gustosi, i ragazzi giocavano nell’aria tersa e profumata del crepuscolo.
Io ed il mio compagno di giochi Reikar ci staccammo dal gruppo, volevamo controllare che il simbolo del patto, nascosto tra le felci del fiume fosse ancora intatto e pronto per essere donato.
Intanto udivamo l’affollarsi dei preparativi, i riti che stavano per essere celebrati , il cadenzare lento e grave dei tamburi, attutito dai cespugli e dai rami frondosi. Noi cercavamo febbrilmente ciò che l’incipiente giungere dell’oscurità ci stava celando. Eravamo ansiosi, perché il momento in cui il Druido avrebbe chiesto il simbolo della promessa stava giungendo inesorabilmente. Ci avrebbero aspramente punito, avrei deluso le aspettative e la fiducia del mio grande fratello Bhalin . Cercavo con il naso per terra come il cinghiale cerca le ghiande cadute dai cerri. Avevo le orecchie galleggianti sull’acqua e gli occhi vedevano quasi d’incanto il viso terribile del fratello tradito e umiliato. Era questo che mi infondeva l’angoscia, era questo che mi avrebbe sporcato l’anima, anche questo cercavo tra i cespugli che ricoprono la riva del fiume e i richiami degli uccelli notturni.
Finalmente con il cuore ormai per terra trovai il tanto agognato fiore e Reikar d’un colpo sente un fruscio, ha paura , forse sono serpi tra le foglie marcite dei faggi. Le serpi avanzano, il fruscio è sempre più chiaro, diventa quasi un tumulto, batte all’unisono con il nostro cuore. Dobbiamo fuggire, o dobbiamo scoprire che cosa ci angoscia. Io mi tappo le orecchie,non voglio sentire il terrore in questa serata di festa e di armonia.
D’un balzo una serpe si alza, mostra il capo e lingua biforcuta, ma non è una serpe. Il terrore mi ha offuscato la mente è un guerriero, più in là ne sbuca un'altro, e un’altro ancora e non sono della nostra tribù.
Trascinato da un incredibile tensione e terrore mi getto contro il villaggio. Non riesco neanche a capire, quando ci arrivo sento il calore dei fuochi che si avvicina sento il suono informe della festa che doveva essere gioiosa, dietro di me una massa scura quasi una propaggine della notte incombe a sporcare il villaggio, a spegnere i fuochi e con loro anche la felicità e l’entusiasmo di questi istanti.
I guerrieri sono ovunque, non odo più nulla è tutto un vociare, uno strepitare, un urlare che non hanno nemmeno più senso vedo a stento che i guerrieri prendono le armi per una vana difesa e come d’un battito d’ali la strage è compiuta.
GORNUM
Non avevo mai riflettuto durante un combattimento. E’ strano la vendetta dovrebbe essere un boccone freddo, infatti lo è, perché mentre sto sgozzando, tagliando strozzando e il sangue sprizza da ogni parte io penso, penso al grave torto che il consiglio dei Celti mi ha fatto ero andato a punire un villaggio che si era venduto ai romani, che c’era di male……
Tutti erano colpevoli, tutti erano schiavi del nostro nemico, tutti…. Anche le donne e i bambini, perché le donne ed i bambini forse non pensano, non possono scegliere, non possono andare se non sono d’0accordo con gli uomini? Ed io ho ucciso anche loro, ho fatto giustizia. E questi che ora sto punendo anche loro hanno avuto pietà hanno sentenziato che ero colpevole che mi ero macchiato di una colpa non mia, mi hanno sbeffeggiato hanno gettato alle ortiche il mio onore ed ora alle ortiche sto gettando i loro occhi , i loro cuori.
COLIN
Io sono piccolo questi fatti non li ho nemmeno sognati, mio fratello come in un sogno o come in un incubo mi compare ancora davanti mentre con la spada tenta invano di difenderci, ma Gornum il capo dei vili lo trafigge e lui mio fratello mi spinge alla fuga con la mano tremante grondante di sangue . Mi trovo in un cerchio è tutto confuso, il nero il rosso il verde tutti i colori che intorno mi stanno, mi gravano pesanti come se scendessero con la consistenza della pietra. Sono in un cerchio questo buffo gioco che fanno i guerrieri per impedirmi di fuggire poteva essere festoso, ma che ha a che fare in questo frastuono, in questo diluvio di nero, in questo terrore che cola.
Forse ho trovato un pertugio ma davanti compare un fantasma il terribile Gornum. Intanto scorgo il lamento fluire in catene, sono le donne gli altri fanciulli i pochi superstiti…. io.
Mi volto come avessi bevuto un otre di vino e nel fumo che mi offusca il cervello scorgo ancora le parole del Druido che maledice Gornum il suo assalitore.
“Anatema e dolore scendano su di te come il sangue che sporca il viso. Un giorno, come questo, sacro e felice, sarai spodestato come misera carcassa di falso animale, da un figlio di un capo”.
Cade e io continuo la corsa , i guerrieri ridono ubriachi di morte sto per scappare , ma Gornum ebbro della vendetta compiuta mi compare davanti come uno stregone presente in ogni luogo.
Sbatto, rimbalzo contro il suo ventre,odo la beffa che ride,il cerbiatto nella rete è caduto.
Tra strepiti di gioia vigliacca mi stringono già le catene, non mi rimane che un verso soltanto, come un piccolo animale ferito , il verso che chiama ……..
II
COLIN
Gli anni si susseguirono sereni e tranquilli nei gesti e nei pensieri degli assalitori. Nessuno fa sostare la mente su un passato di colpa, neanche lo sguardo a quei poveri schiavi che sono simili a loro…anzi che sono come loro. Qualche metro più in là di queste riflessioni c’era il lavoro senza futuro degli schiavi, la loro fatica insensata li portava a sperare in una fine, l’unica possibile: la morte.
Io crescevo a pane duro, vendetta speranza di libertà. Certamente il ricordo triste della mia famiglia trucidata e in catene mi pungolava e mi feriva. E la vendetta sorgeva al mattino con il sole, ma non tramontava con lo splendore della luna, accompagnava i miei sogni notturni mi svegliava con la brezza del mattino.
La vendetta divenne epidemia tra i miei compagni ed io non ero certo un Druido per curarla, cercavo piuttosto di aiutare i deboli che nello spirito cercavano una soluzione di morte per se stessi
AMOLIN
La sorte spesso non trasmette i tragici caratteri dei padri ai figli, io ero figlia di Gornum, ciò che aveva fatto mio padre era scritto nel libro dei saggi. Mai mi sarei ribellata al suo volere per me lui era un esempio sacrificale, un dono degli dei. Però non conoscevo le cose, mio padre era buono che importanza poteva avere se vicino c’erano persone che ci servivano senza nemmeno chiedersi se era giusto o sbagliato. Per me era giusto. Ma il destino mi riservava un’altra sorpresa.
Forse per gioco, forse per curiosità, forse per inseguire un richiamo, forse per vedere quel giovane misterioso di cui mi parlava con tanta enfasi la mia schiava. Una notte dalla mia tenda andai verso il limitare del campo dove gli schiavi tentavano un riposo. E vidi, vidi ciò che non avrei dovuto vedere, ciò che non avrei voluto vedere, ciò che mi avrebbe mutato la vita.
COLIN
Due miei compagni assalirono un intruso, lo trascinarono al mio cospetto, pensando forse che io fossi un capo. Io sono un capo. Ero figlio di un capo.
Davanti a me comparve non solo un prigioniero, ma anche un idea, io conoscevo chi mi stava davanti era anche lei la figlia di un capo, Amolin la figlia del nostro carceriere dell’uomo più odiato sulla terra. Io ed i miei compagni decidemmo che se lei fosse stata un ostaggio avremmo potuto sperare in quel sogno tanto lontano che era la libertà
AMOLIN
Ma che scena era mai questa. Io ero vissuta nei valori più liberi, nella consapevolezza che dopo i romani nessuno avrebbe portato la guerra. E proprio qui esisteva il pericolo , ciò che i miei genitori non mi avevano mai insegnato, la prigionia, la fame, la malattia, il pianto la sofferenza senza ritorno. Com’era possibile che mio padre che mi inculcava precetti di vita, di rispetto morale verso gli dei, potesse avere commesso insensato delitto. Quel giovane capo mi incuriosiva, mi parlò duro, chiaro, come mi parlava mio padre.
Non voleva, la mia pietà, il mio pianto, ma gioia e riscatto per se e per il suo popolo. Non era possibile, non avevano armi, non erano militarmente organizzati, mio padre li avrebbe facilmente sopraffatti. Avrebbe anche sacrificato me pur di non perdere la sua dignità in battaglia. Io ero un ostaggio inutile.
COLIN
I miei compagni insistevano per ribellarsi, ma avevo compreso, che quella della rivolta d’istinto non era la via del successo. Quella ragazza mostrava però la consapevolezza che anche noi dovevamo vivere come da sempre era vissuta lei. Se era inutile tenerla in ostaggio, perché Gornum vedeva soltanto la vittoria e la sopraffazione. La mandai via tra i mugugni e i dissapori degli altri schiavi perché sapevo ci sarebbe stata un'altra speranza. Tornata alla sua vita, Amolin, avrebbe sparso in mezzo al suo popolo il germe di una consapevolezza.
La rabbia ed il rancore nei confronti del suo popolo mi accecavano: non vidi quello che di solito in una notte con la luna due giovani provano…
E lo stesso pensiero lo scorsi nei suoi occhi prima di scomparire nel buio.
AMOLIN
Mi ero salvata, ma le immagini di quel misero accampamento e di quella notte facevano ormai parte dei miei occhi , sentivo di doverli aiutare per la mia coerenza per la mia educazione. Convinsi i giovani del mio popolo a rendere le condizioni degli schiavi più umane.
Ma mio fratello ci spiò, lui non capì e chiese spiegazioni a mio padre Gornum. D’un tratto mio padre perse i segni della civiltà, era insopportabile un simile tradimento per lui. Venne all’accampamento una sera mentre noi stavamo distribuendo del cibo.
COLIN
Eccoli che arrivano ancora tamburi martellanti l’anima, ci volevano punire, perché? Per che cosa? Prendemmo in pugno tutto quello che trovammo per difenderci: non avevamo null’altro che sassi e bastoni. L’accampamento fu messo a ferro e a fuoco e udii ancora una volta le urla ed i lamenti il sangue che macchiava ogni cosa anche la luna nel cielo.
Mentre il frastuono si allontanava e lasciava un macabro silenzio di morte, mi vinse il pianto prima che il terrore. Non ero un capo, ero vivo, ero solo senza dignità, umiliato.
(RISATA)
Mentre cadevo nella polvere rappresa di sudore e di lacrime rivedevo nella fragorosa risata di quel bastardo la notte della mia infanzia in cui persi tutti i sogni di bambino.
III
GORNUM
La pelliccia dei lupi cominciava a sbiancarsi, il loro incedere era sempre più lento più grave più vecchio. Quei lupi che erano stati quasi insieme agli schiavi, giovani e pronti a cacciare la preda ora cercavano un luogo buio per morire: erano trascorsi le stagioni.
Sono contento che possiamo cacciarli questi maledetti schiavi come cacciammo i lupi vecchi ed errabondi, cadono i lupi cadono gli schiavi, la loro condizione è sempre più sudata più macilenta. Che bel lavoro che ho fatto (risata)
COLIN
Guardavo avvicinarsi la stagione propizia, quella profumata di tiglio, di effluvi di rose e del caldo che diventa canicola. Mi ricordo che si avvicina anche il giorno di Lugh i riti del raccolto il ricordo lacerante di quella notte di tante lune fa. La mia famiglia dilaniata dai denti del lupo…… non potevo ribellarmi, non covavo vendetta, sentivo dentro di me un richiamo alla realtà e la realtà era por fine a tutto: al ricordo, all’incubo, a questa vita, di lupo randagio. Non stavo pensando di tuffare la spada nel soffio dei miei polmoni. La disperazione mi gettava contro un nemico invisibile, i miei muscoli si muovono mentre il cervello non sente più nulla.
AMELIN
I fanciulli e le donne, noi, per Taranis, ci battevamo ogni giorno su un campo urticante, aiutiamo, davamo loro una speranza di vita, il cibo che li aiutava a sorreggerli, queste povere persone, che mio padre chiamava schiavi. Silenziosi e viscidi come il serpente cercavamo di non essere scoperti e un giorno io alzai il mio capo di serpente e vidi quello che non avevo mai visto prima negli occhi di Colin: poteva un uomo che aveva perso la linfa palpitare per l’occhio saldo e roteante di un dolce serpente?
Io avevo paura, da serpente ci trasformammo in scoiattoli. Al primo soffio di vento potevamo scappare, ma la paura fa parte del gioco, il rischio può rimanere lontano se un grande bene lastrica la strada.
GORNUM
Ormai ho deciso. La mia forza si arricchirà di nuovi strali . mia figlia finirà in sposa la notte di Lugh. Selenon figlio di Urbach, il potente Urbach, sposera, la mia figliola prediletta. Il clan diverra invincibile, a dispetto di tutti coloro che voglion mettere l’aratro di traverso alle gambe del toro più forzuto.
COLIN
Ma quella che sta precipitandosi verso di noi e che sarà massacrata se i nemici la vedono, non è forse Amelin?. E’ terribile perché sta sfidando la sorte, potrebbero capire tutto… potrebbe finire ogni sogno di unione e speranza.
(lui la prende e insieme si nascondono vicino alla riva e dialogano sommessamente ma con impeto)
dialogo
AMELIN – basta mio padre mi darà in sposa a chi non mi importa. Pensa alla nostra fine,
distrugge me e uccide te, fuggiamo e con l’aiuto delle donne e dei fanciulli saremo finalmente liberi e soli.
COLIN – non fuggirò mai senza il mio popolo
AMELIN – ed io non conto nulla
COLIN – non conteresti nulla se il mio popolo non sarà con noi
AMELIN - ma bastiamo noi due
COLIN – no l’obiettivo deve comprendere anche chi ha sofferto con me
NARRATORE
Il dialogo continua serrato e forse le voci escono come germogli dalla fitta boscaglia il Fratello di Amelin è un segugio sulle tracce dei due rivoltosi. Li scopre, si frammette tra loro, assale urlando con la spada sguainata il terrore di Colin.
Colin trova un bastone e riesce a frenare l’impeto folle del nemico.
Amelin si frappone tra i due contendenti, Colin abbassa il bastone per paura di colpire la ragazza, Il fratello di Amelin colpisce Colin e lo ferisce , sta per finirlo…..
(la ragazza cerca di frenarlo urlando il fratello si gira la batte Colin ne approfitta si alza sfilato il pugnale dal fratello gli salta addosso in un corpo a corpo Colin lo uccide.)
Richiamati dal frastuono e dalle voci, arrivano i guerrieri e Gornum e le donne e i fanciulli e gli schiavi. il momento è sospeso in un vortice di fuoco, urla e terrore.
GORNUM- Colpiamoli senza pietà
COLIN
Vidi in un lampo il mio passato, la morte della mia famiglia il Volto di Gornum l’odio feroce, la mia vendetta. Mi gettai trascinato dall’arma che ancora impugnavo. Era lei che mi guidava verso chi doveva morire e tutto il mio popolo mi seguì
NARRATORE
la madre di Amelin, stanca di anni di sangue e paura, urlò la sua maledizione. Furono le donne a fermare la strage.
SILENZIO TOTALE
Dialogo
AMELN - perché versare ancora sangue? Se non interrompiamo la spirale di odio ci sarà sempre
una famiglia che piangerà un figlio
COLIN – non ho scelto io di inaridire il mio cuore, dopo che avrò consumato la mia vendettà
potremo ricostruire una civiltà e ci sarà finalmente pace
AMELIN – non è la vendettà che partorisce una civiltà, la pace non si conquista rispondendo
all’offesa con l’offesa
COLIN – ma neanche porgendo l’altra guancia conquisti il rispetto del nemico, come posso
liberare
le mie catene e quelle del mio popolo se non versando il sangue di chi mi ha reso schiavo
AMELIN – tu non scioglierai quelle catene, tu le alzerai contro i tuoi nemici in una spirale contorta
perchè la vendetta chiama ancora vendetta. Impugnando le armi, le vittime
diventano carnefici a loro volta, e quando il potere delle armi li ha resi forti,… non
saranno meno feroci di chi li torturava. I carnefici diventeranno delle vittime che si
ribelleranno e vorranno vendicarsi e a loro volta torneranno ad essere carnefici ,…
così per sempre ….. e non ci sarà mai pace…….
(piange e si mette in ginocchio)
COLIN
Mi fermai, quelle parole erano avvolte alla lama del mio pugnale. L’avevano ghiacciato.
AMELIN
Mia madre prese improvvisamente il potere quel gesto che aveva sospeso il frastuono di lotta diventò l’investitura del capo. Mio padre non contava più nulla in un attimo era diventato nessuno. Il popolo si chinò al valore ed al coraggio di chi aveva evitato un lago di sangue
COLIN
non perdonai Gornum, anzi lo maledii , ma quella scheggia di ghiaccio che trapassava il mio cuore cadde….. e cadde anche l’odio, la compassione si fece largo tra i miei sentimenti e senti un abbraccio caldo che mi riscaldò
( i due si abbracciano)
NARRATORE
Nella civiltà celtica le donne avevano un potere quasi divino e quello che era avvenuto nella notte di Lugh non poteva dirsi prodigio, ma la giusta conclusione di un epopea.
Il prodigio fu questo invece: Colin ed Amelin, così diversi per cultura e per potere, unirono le loro vite, Colin diventò il capo villaggio come gli era stato predetto in una simile notte di tanti anni prima. Gli schiavi vennero liberati e diventarono popolo con un altro popolo nella reciproca dignità e rispetto.
NIPOTE
Ma nonno…Tu il capo del nostro villaggio… il grande eroe di tante battaglie, era uno schiavo? E Veramente fu la mia bisnonna a prendere il comando della tribù? che fine ha fatto Gornum, lo hai ucciso?
COLIN
Ehehe, Gornum non la passò liscia sai, fu condannato… fu condannato a vivere, e a vedere la felicità di tua nonna e mia
NIPOTE
Ma è tutto vero?
COLIN
Forse si …forse no…. Che importanza ha ….
Comunque è per suggellare e ricordare quegli eventi incredibili che ogni anno il nostro popolo prepara la grande pira simbolo della pace, il grande rogo che stipula l’amicizia tra i popoli
Sai caro nipote Dall’alto del mondo, il Dio Taranis, sovrintende personalmente e benedice questo fuoco come può non essere vero quello che ti ho raccontato?
FINE